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Itinerari di Bronte

Le prime notizie su Bronte hanno ormai quasi mille anni di età. Era il 1094 quando, in un documento che riguardava il conte Ruggero, Bronte viene indicato come il confine tra due territori. Ma ancora, all’epoca, non si trattava di nient’altro che di insediamenti umani sparsi. Con un nome, sì, ma senza alcuna unità. Per ottenerla bisognerà aspettare il 1535 quando Carlo V, di ritorno da una spedizione a Tunisi, diede ordine che 24 casali, tutti nello stesso territorio, smettessero di essere entità separate e diventassero un’unica comunità. Quella di Bronte, appunto.

In un censimento fatto nel 1548, a Bronte si contavano poco più di tremila abitanti. Nel 1570, anno del censimento successivo, i brontesi avevano già superato la soglia dei quattromila. Dimostrandosi un paese in grado di continuare a crescere. E, quindi, di pagare sempre più ingenti tributi.

È per via di una storia così imponente e antica che Bronte porta sulle sue spalle tutti i segni del suo passato. Dalle vie strette che finiscono in piccoli cortili che ricordano l’antichissima dominazione araba, dopo la cacciata dei bizantini, fino ai testi dello scrittore catanese Giovanni Verga, che ha reso immortale la rivolta dei contadini contro i loro sfruttatori, i proprietari terrieri, protetti dagli uomini in camicia rossa guidati da Garibaldi – incaricato, in quegli anni, di fare l’Unità d’Italia.

Bronte può, quindi, essere visitata a strati. Livello dopo livello, pezzo di storia dopo pezzo di storia, per scoprire la complessità di una città arroccata sulla lava dell’Etna. Visitare Bronte significa attraversare le tappe del potere e delle dominazioni, in un itinerario variegato e mai banale. Che passa attraverso chiese, musei, castelli e rovine.

Alla categoria delle rovine appartengono quelle del Castello di Torremuzza, in contrada Cattaino, nella valle di Bolo. Una fortezza che sorgeva su uno sperone di roccia, accessibile solo da uno dei quattro lati, a strapiombo su un’altura. Anche se dai resti attuali la datazione dell’edificio oscilla tra il XVII e il XVIII secolo d.C., i segni di una torre sulla terrazza lasciano intendere un passato ben più antico, probabilmente bizantino.

Poco distante da quello di Torremuzza, c’è il Castello di Bolo, sulla sommità di una collina tra Bronte e Troina. Databile al XII secolo d.C., il Castello di Bolo doveva essere, in realtà, una fortezza, costruita proprio sulla sommità di una collina. Probabilmente serviva per controllare i sentieri che da Bronte arrivavano a Randazzo. Se di tutta la struttura non rimangono che poche pietre malamente sbozzate, nulla è rimasto del casale che, con ogni probabilità, le sorgeva attorno.

Un’altra struttura di potere – stavolta mirabilmente ristrutturata – è il castello di Maniace, altrimenti noto come Ducea di Nelson. Sorge a circa 13 chilometri da Bronte e inizialmente non era altro che un piccolo altarino dedicato alla Madonna. Lo aveva voluto il generale bizantino Giorgio Maniace nel 1040 per ricordare la sua vittoria contro i saraceni. La chiesetta all’interno della quale sorgeva il piccolo altare venne fatta inglobare all’interno di un monastero benedettino, costruito circa un secolo dopo per volere della regina di Sicilia Margherita di Navarra, moglie di Guglielmo I. Come convento destinato ai padri devoti alla regola di san Benedetto, continuò a prosperare. Fino ai due terremoti del 1693 e del 1705, che lo distrussero quasi completamente. Il recupero avvenne nel 1799, quando re Ferdinando lo donò al valoroso generale britannico Horatio Nelson, che lo ristrutturò per trasformarlo nella sua residenza.

Dalla morte di Nelson all’Unità d’Italia passarono poco più di cinquant’anni. I brontesi votarono l’annessione al Regno all’interno della chiesa di San Giovanni, in corso Umberto. Fu nella parrocchia di corso Umberto – la principale via cittadina – che, la storia disse all’unanimità, i cittadini di Bronte decisero di voler diventare italiani. Si dice che sotto al Crocifisso – di autore ignoto – i brontesi fossero soliti confermare la sacralità degli accordi presi. All’interno della chiesa, una cappella dedicata a Santa Rosalia rappresenta una delle massime espressioni del barocco siciliano. Secondo gli storici, la chiesa esisteva già nel 1574. E in effetti sul frontone dell’architrave si vedono scolpite due date: il 1590 e il 1799. Che probabilmente indicano gli anni delle ricche dotazioni e dei rifacimenti da parte della famiglia baronale Sottosanti e dell’abate don Francesco Sanfilippo.

Ma il 1860 a Bronte è ricordato anche come la data di un omicidio. Era l’alba del 10 agosto quando, davanti a tutto il paese, a mo’ di esempio, il generale Nino Bixio fece fucilare cinque uomini, i presunti colpevoli della ribellione dei contadini nei confronti dei proprietari terrieri, considerati degli usurpatori. In loro memoria, in piazza San Vito – luogo dell’esecuzione – sono state poste due lapidi. In ricordo del sangue versato per fare l’Italia e gli italiani.

Tra i luoghi illustri che Bronte può vantare, poi, c’è anche il Real Collegio Capizzi, che si affaccia su corso Umberto. Il suo periodo di maggiore prestigio è compreso tra la fine del XVII e l’inizio del XIX secolo, quando era il polo culturale siciliano più importante, dopo quello di Monreale. Inizialmente religioso, il Collegio Capizzi – che prende il nome dal suo fondatore – è diventato laico dopo l’Unità d’Italia.

La costruzione del Collegio inizia nel 1774 e si conclude quattro anni dopo. A volerlo fu il venerabile Ignazio Capizzi, dal quale prende il nome. Tra l’ala antica e quella più recente della struttura si trova la Chiesa del Sacro Cuore. Da notare, sul fronte principale dell’edificio, l’epigrafe fatta scolpire sulla pietra lavica da Capizzi: «È opera del Signore, mirabile agli occhi nostri». Non solo il palazzo in sé, ma la cultura in quanto tale. Forse per questa ragione molti uomini illustri hanno subito il fascino del Collegio. Lì ha studiato il noto filosofo brontese Nicolò Spedalieri, del quale si conserva ancora un autoritratto. Tra gli alumni più noti anche lo scrittore Luigi Capuana.

Allontanandosi di poco da corso Umberto si arriva alla chiesa madre, la parrocchia SS. Trinità, incastonata tra via Matrice, via Santi e via San Giuseppe. Fu edificata nella prima metà del Cinquecento ed era la fusione di due chiesette attigue più piccole. Una delle quali, la chiesa di Santa Maria, era probabilmente di origine normanna. Della struttura originale si sono conservate le tre navate, sostenute da dodici colonne in pietra arenaria decorate con capitelli corinzi.

A uscire da Bronte, poi, si può andare alla scoperta del versante occidentale dell'Etna. Uno spaccato di vita in Sicilia. Le grotte che si aprono nel sottosuolo del Vulcano raccontano la storia delle neviere. Prima dell'avvento dei frigoriferi, venivano usate per conservare la neve fresca caduta sull'Etna. Al bisogno, la neve compattata veniva prelevata e portata in città, per essere usata per conservare i cibi. E non solo: i più ricchi la acquistavano per produrre le granite.

La Grotta della neve, una delle più suggestive, prende il nome proprio da questa pratica. Si trova a circa 1160 metri sul livello del mare, nelle vicinanze di Piano dei Grilli – punto di partenza per tutte le escursioni in questo territorio –, e la sua caratteristica principale è quella di avere una volta ad arco, ovviamente di pietra lavica, necessaria per proteggere la neve accumulata per l'estate.

In generale, comunque, l'area brontese dell'Etna è una delle più inesplorate. Fuori dai percorsi turistici tradizionali, è il volto più autentico e meno conosciuto della Montagna. In quest'area, la vita quotidiana e la forza della Natura mostrano pienamente il modo in cui si fondono: le scìare, terreni lavici impervi, coltivate a pistacchio; le aziende agricole che sfruttano i declivi naturali del Vulcano, i boschi etnei che crescono rigogliosi e che salvano chi lavora nella montagna dalla pesante calura dei giorni d'estate.