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Il territorio di Bronte

Se essere immersi nel Parco dell'Etna è un privilegio, è privilegio doppio essere abbracciati anche da quello dei Nebrodi. Il Comune di Bronte gode di una posizione geografica straordinaria: disteso alle pendici occidentali dell'Etna, domina dall'alto la valle del Simeto. Il suo territorio ricade in parte nel Parco dell'Etna e in parte nel Parco dei Nebrodi comprendendo anche il Parco fluviale dell'Alcantara e l'area protetta delle Forre laviche del Simeto, una riserva naturale scavata dal fiume sulle più antiche colate laviche etnee. Con i suoi 25mila ettari, quello brontese è uno dei Comuni più vasti della provincia di Catania e conta quasi 20mila abitanti.

Il territorio di Bronte si estende fino alla cima del cratere centrale dell'Etna, superando i tremila e trecento metri sul livello del mare. Il vulcano, che per i brontesi è 'a Muntagna (la montagna), ha fortemente condizionato la vita degli abitanti, costretti a subire più volte la furia delle eruzioni e a vivere ascoltando il respiro di un gigante sempre attivo. Alla Muntagna i brontesi sono comunque legati, tanto da non essere mai fuggiti verso territori meno selvaggi. Bronte preserva con cura il territorio dell’Etna e l’area del Parco, che ricade all’interno del Comune per circa 10mila ettari. Vale a dire il 18 per cento dell’area protetta dell’Etna è nel territorio di Bronte.

La tenacia dei brontesi, però, è stata premiata. Se da un lato l'Etna è stata causa di gravi difficoltà, dall’altro ha lasciato un'area dalle caratteristiche uniche. Rigogliosi boschi, paesaggi fluviali, cascate, laghetti e millenarie colate laviche si alternano alle spianate agricole. Una biodiversità – botanica e zoologica – che dipende in gran parte dal fatto che Bronte si sviluppa da Nord verso Sud. Il punto più basso è alto poche centinaia di metri sopra il livello del mare. Il punto più alto, invece, è il cratere centrale dell’Etna, a 3350 metri d’altitudine. Un dislivello di quasi tremila metri che porta con sé le peculiarità della pianura, della collina e della montagna.

Nonostante gran parte del territorio sia selvaggio e fortemente condizionato dalle colate laviche, questo non ha impedito lo sviluppo di coltivazioni che proprio nei terreni lavici più antichi hanno messo radici. Frutteti, oliveti, mandorleti e vigne sfruttano i pendii per produrre ottimi oli, vini e succosi frutti. Ma la coltivazione più rappresentativa, per quantità e qualità, rimane il pistacchio. Le frastucare, nome siciliano delle piante di pistacchio, crescono nelle pietrose sciare, inospitali per molte coltivazioni.

A introdurre il pistacchio in Sicilia furono gli Arabi (nel VII secolo) ma solo a partire dalla seconda metà dell'Ottocento la coltivazione si sviluppò e divenne una delle fonti di reddito più importanti per gli agricoltori della zona. È per questo che il pistacchio viene definito «l'oro verde». Quello di Bronte è oggi tra i più apprezzati al mondo, tanto da ottenere il marchio DOP — concesso dall’Unione Europea — e diventare un presidio Slow food. Su tutto il territorio, i produttori di pistacchio sono oltre tremila. A farla da padrone sono i piccoli pistacchieti. Il 70 per cento dei proprietari di frastucare ha terreni che si estendono al massimo per un ettaro, il 20 per cento sale di poco sopra i sei ettari. Il restante dieci per cento, invece, è rappresentato dai produttori più importanti, che sono riusciti a internazionalizzare la propria offerta e a trasformarsi in un motore di sviluppo.

La montagna e la città sono collegate da numerose strade e sentieri, tra queste un'antica strada di basolato lavico permette di attraversare pistacchieti e sciare per arrivare nel centro di Bronte. Qui il nero della pietra lavica ricorda in ogni momento la presenza del vulcano. Un reticolo di strette strade e piccoli cortili rimandano all'impianto arabo della città e conducono davanti a monumentali palazzi ed eleganti chiese. Tra queste ricordiamo la chiesa della Santissima Trinità, quella di Maria Santissima del Soccorso e il Santuario dell'Annunziata. Ma il monumento più importante di Bronte è la Ducea di Nelson, o Castello di Nelson. Quello che ammiriamo oggi è ciò che resta dell'antica Abbazia di Santa Maria di Maniace (XII secolo) distrutta dai terremoti e ricostruita dall’ammiraglio inglese Horatio Nelson, che ne fece la sua dimora. Oggi è diventata un museo.

Nel 1882, di Bronte ha parlato anche il più celebre degli scrittori siciliani: il catanese Giovanni Verga. La novella «Libertà» è tutta dedicata a uno dei fatti più controversi del Risorgimento italiano. Si tratta dei cosiddetti Fatti di Bronte del 1860, avvenuti tra il 2 e il 5 agosto dell’anno dello sbarco dei Mille di Giuseppe Garibaldi in Sicilia. L’Unità d’Italia portava con sé la promessa di un’equa spartizione dei terreni tra i contadini, togliendoli ai proprietari terrieri. Cosa che non avvenne: il popolo si ribellò contro a quelli che Verga definisce «i cappelli». La rivoluzione brontese non ebbe successo e venne sedata nel sangue dal generale Nino Bixio. Si tratta, senza dubbio, di una delle novelle meglio riuscite dell’autore verista. La profondità della narrazione si fonde perfettamente con il territorio che racconta. E che aveva, già all’epoca, l’impianto architettonico che osserviamo oggi.